Giorno quarto Italia-Paraguay 1-1 Fuga da Alca(t)raz

Non un alito di vento a rianimare i pochi vessilli che decorano i balconi. Si accasciano, stanchi, sulle aste, svengono sulle ringhiere, tristi presagi di una partita dalla pressione bassa e dal battito rallentato. L'Italia parte bene, dicono i telecronisti. Invece gli azzurri servono la solita salsa, al massimo con un po' di Pepe. Sterile, anemico, catatonico il possesso, nessuna conclusione pericolosa. In questi casi, la storia insegna che serve un gol dei modesti avversari ad alzare il ritmo e regalare qualche emozione. Macché. Quando Alcaraz si infila tra De Rossi e Caaannavaro, affiora sì qualche incubo, ma in fondo i tifosi quasi quasi ci godono: si aspettano una repentina e arrembante reazione, elemosinano emozioni. Nulla di tutto ciò. Servirà l'enorme svarione di Villar: all'Italia per evitare la sconfitta; a De Rossi per espiare la colpa; a Lippi per indossare la solita spocchia. Tra lui e Mourinho ce ne passa, e Iaquinta non è Eto'o come Pepe non è Pandev. Malriuscito il tentativo di proporre un abito della collezione Ferguson, che al Manchester e all'Inter vestiva bene, rivedremo probabilmente un più classico e datato frac con due punte.
Nel frattempo, gli italiani si alzano dalla poltrona nemmeno delusi, fingendo rassegnazione e prendendo subito le distanze da questa nazionale. Basterà una vittoria per far loro rimangiare tutto, per far loro riportare in spalla gli idoli. Perché alla fine quel che conta è inebriarsi, sfilare, far festa, abbracciarsi, divertirsi. Non importa con chi. Non importa per cosa.

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Giorno terzo
Germania - Australia 4-0
La tonicità delle patate

Guardo distrattamente soltanto il primo tempo, già satollo di Gran Premio e cena. Sembra sufficiente a farsi un'idea della tonicità dei "patatari" (copyright Skippy). Così chiudo rispolverando una massima di Gary Lineker: "Il calcio è uno sport in cui si va in campo undici contro undici e alla fine vince sempre la Germania".

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Giorno secondo
Argentina-Nigeria 1-0
Inghilterra-Usa 1-1
Taumaturghi e iperallenatori

Diego Armando Maradona non è un allenatore, su questo non si discute. Tant'è che c'è bisogno di chi ne faccia le veci, il trentacinquenne Juan Sebastian Veron.
Fabio Capello è un iperallenatore. Quello che cura tutto in maniera puntuale, un sergente di ferro, l'uomo di polso e con le stellette sul petto che tanto piace agli italiani. Pratico e "vincente".
Ma il punto è: l'Argentina, questa Argentina, ha veramente bisogno di un commissario tecnico? Non solo per la potenza, pur evidente, dei singoli, nemmeno arginata dalle scelte dubbie - soprattutto per le esclusioni "italiane", tanto per non perdere il vizietto... - del selezionatore. (Strano a tal proposito che i giustificazionisti a posteriori, quelli che in nome dei fatti accaduti riscrivono le proprie opinioni, sottolineino con difficoltà che a tirar fuori l'Argentina dalla fossa sia stato Martin Palermo, l'attaccante voluto da Maradona contro tutto e tutti, e che a firmare il gol con cui i sudamericani superano la Nigeria sia Heinze, un'altra scelta tanto criticata). Padre Diego, col pizzetto assume un aspetto ancor più mistico, è stato evocato in patria per le sue indubbie capacità taumaturgiche, non certo per disegnare quegli schemi sul campo che cancellava anche da giocatore. Non si può e non si deve pretendere da lui altro che catalizzare su di sé l'attenzione per alleggerire le pressioni e tatticamente aiutare il piccolo Messi a ritagliarsi quel raggio d'azione che potrebbe renderlo letale. Cosa che si vede a sprazzi contro una quantomai modesta Nigeria.

L'Inghilterra al contrario pare "troppo" allenata. Per una squadra di Capello, si traduce in "estremamente attenta alla fase difensiva". Trattandosi degli inglesi, è una forzatura alla natura. Contratta, rigida, abbottonata, priva di quella veemenza anche fisica che nel secolo scorso ne caratterizzava il codice genetico, l'England trova spazi per arrivare alla conclusione (ci mancherebbe non fosse così, contro la difesa statunitense) ma senza quella brillantezza che sarebbe lecito attendersi da una delle favorite. Le occasioni più clamorose sono frutto di lanci in profondità e da buchi della difesa a stelle e strisce, più che da azioni manovrate. L'imbarazzante saponata di Green in questa fase iniziale potrebbe rivelarsi un toccasana. Almeno, da tifoso, lo spero. Ma chi voglio prendere in giro? Meglio se il Mascellone avesse inserito Calamity James, mi vien da pensare. Volendo speculare, l'iperallenatore ha sbagliato la scelta, l'unica che gli era chiesta. Poi penso pure che senza quella papera oggi si parlerebbe di un'Inghilterra concreta, solida, e si tesserebbero le lodi del mister, capace di creare degli uno-contro-uno sulle fasce. Così m'acquieto.

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Giorno primo
Francia-Uruguay 0-0
I mondialisti non sono graditi in questa casa

Lo dico subito: non sopporto i mondialisti. Quelli che guardano le partite di calcio ogni quattro anni e si ergono a esperti commentatori, poi non sanno distinguere un fuorigioco attivo da uno passivo. Basta con la dittatura del pressapochismo, anche nel calcio. Il diritto alla parola bisogna conquistarselo. Il mio, l'ho guadagnato con una media di quattro partite a settimana, dall'Eccellenza lucana alla Champions League (detto così, può sembrare un sacrificio; non lo è affatto, ma mi è comodo in questa sede lasciarlo passare per tale), con gentili rigurgiti da parte di amici e amiche, con una pila di letture sul fùtbol. Taluni mondialisti, poi, ci scrivono anche su: nasconderanno con la facilità di prosa la pochezza tecnica dei contenuti, ricalcati sui commenti che in queste ore piovono da ogni nuvola mediatica e poi edulcorati con mestiere. Per questi professionisti dell'inchiostro e dell'onniscenza, il calcio non è passione né sport né gioco, solo l'ennesima ghiotta occasione per dimostrare di poter discettare con eleganza su tutto e per non essere esclusi dal sabba tricolore. Ecco, appunto. Il patriottismo becero e primitivo che si spalma nelle notti mondiali. Anche per questo, credo, in tempi non sospetti scelsi l'Inghilterra.
Diffidate da quelli che, alla domanda «e tu, per che squadra tifi?», rispondono «mah, per nessuna in particolare, io tifo per l'Italia». Evitateli! Meglio intavolare una discussione sulla trascendenza con un testimone di Geova che bussa alla tua porta di domenica mattina. Tanto li ritroverete tutti, maschi e (sigh!) femmine, a strombazzare al primo successo degli azzurri nel girone di qualificazione, a tirar tardi la notte, a fare il giro dei locali per commentare la disponibilità al sacrificio di Iaquinta e la visione di gioco di Montolivo.

Scelgo la partita sbagliata per cominciare. Francia-Uruguay si adagia perfettamente sulla dinamica monotona delle vuvuzela. All'inzio, ma proprio per i primi sei/sette secondi, quel rumore evoca pure piacevoli sensazioni: le finali di coppa Intercontinentale che si disputavano a Tokyo, ti svegliavi rincoglionito verso le 4, l'isopportabile cicaleccio inibiva il sonno e copriva la voce del telecronista. Mentre per le vuvuzela puoi confidare nella plasticità neuronale, per cui dopo un po' il tuo cervello dovrebbe tendere a non farci caso, lo stesso non può dirsi per la partita. L'emozione più grande è un primo piano di Ribery. E non è bella cosa: Paranormal activity è un cartone animato al confronto. Non resta dunque che appuntare le sentenze di Boban e Tardelli su Gourcuff, uno che "non merita questo palcoscenico", "senza personalità", che Domenech puntualmente sbaglia a schierare. Potrebbero tornare utili nel prosieguo.