Capitoli neri, come quello dell'insensata morte di Gabriele, sono attesi da entrambi gli schieramenti per saldare attività eversive e caotiche

"Figli del popolo". Lo sono sia i tifosi di calcio che i poliziotti, così li definiva Pier Paolo Pasolini. La penso così anch'io. Sono esseri simili, devono essere vicini e non nemici giurati al punto che uno può abbatterne un altro a colpi di pistola: continuo a chiedermi da qualche giorno cosa sia passato nella mente dell'agente Polstrada Luigi Spaccarotella alle 9.00 di domenica 11 novembre per far fuoco ad altezza uomo verso un'auto con a bordo dei tifosi della Lazio, mentre dall'area di servizio di Badia al Pino sull'A1 nei pressi di Arezzo riprendevano il cammino verso Milano dove andavano a veder la loro squadra. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo motivo valido in nome di quell'ordine pubblico sempre sbandierato in circostanze come queste che possa giustificare l'insano gesto del poliziotto che ha ucciso il giovane Gabriele Sandri, su quella macchina da lui individuata come pericolo pubblico evidentemente.
Per aver notizie in merito all'accaduto si son fatte le dodici. Si è subito parlato di una rissa tra ultras di Lazio e Juve lì all'autogrill che avrebbe indotto il poliziotto della Polstrada a ristabilire l'ordine pubblico da 70 metri di distanza, visto che lui era nell'area di servizio sulla carreggiata opposta con la beretta d'ordinanza anziché col cervello. La prima versione dei fatti ha avuto subito il sapore della farsa l'ennesima che coinvolgerebbe forze dell'ordine e cittadini civili, addirittura si parlava di due colpi esplosi in aria a scopo intimidatorio, ma intanto al casello di Arezzo dopo appena 4 km dall'area di servizio Badia al Pino il 118, chiamato dagli stessi compagni di viaggio del colpito accortisi della ferita, non poteva far altro che constatare la morte del giovane Gabriele causata da un proiettile che lo ha raggiunto al collo.
Le fumose notizie della tv sono diventate spudorate bugie man mano che il quadro si faceva più chiaro e cominciavano a sentirsi in tv le testimonianze raccolte dai giornalisti, subito contrastanti con quelle del Viminale che per oltre tre ore ha cercato in tutti i modi di trovare una teoria per difendere l'operato del poliziotto, probabilmente. Del resto, grazie alla legge Reale del 1975, molte volte i soprusi e gli abusi del potere sono stati occultati e i depistaggi sono stati l'unica cosa con cui si cercava di far chiarezza, mentre domenica è apparso subito evidente che Spaccarotella non merita alcuna attenuante generica per ciò che volontariamente ha fatto, non colposamente come si era detto già da lunedi. Un testimone lo ha visto su di una collinetta in posizione da poligono mirare verso la macchina e far fuoco: solo dopo e grazie a questa testimonianza si è cominciato a parlar di una sua responsabilità diretta, non più solo di tragico errore come paventato per tutta la giornata di domenica. Il Viminale, appurata la dinamica, doveva sospendere già domenica il poliziotto per dar una parvenza di giustizia immediata. Invece hanno montato la rissa, hanno fatto continuare il campionato non tenendo conto che il mondo ultras avrebbe senz'altro cavalcato la morte del tifoso laziale per fare i danni che fino a notte fonda ha fatto, riuscendo anche a far sospendere a Bergamo e Taranto le partite in programma. A Roma gruppi ultras - così li hanno definiti, ma credo invece si tratta di gruppi fin troppo politicizzati ed organizzati - hanno creato disordini in alcune zone della città, agli uffici del Coni ed anche ai Commissariati di Polizia beccandosi anche l'accusa di terrorismo: azioni che fanno il paio con il folle gesto del poliziotto e che con il calcio non hanno davvero nulla a che fare.
Il caos di domenica notte ha prodotto la prima ingiustiza per Gabriele. Spero rimanga la sola. I facinorosi, con il loro comportamento, hanno dato modo alle istituzioni di riscattarsi immediatamente visto che non hanno fatto nulla per fermarli e guarda caso proprio nel giorno in cui un loro tutore ha freddato un 26enne in viaggio per una partita di calcio. Sono stati buoni senza manganelli e lacrimogeni, l'unica volta che invece avevano ragione di difendersi perchè assaliti in casa loro. Hanno così sovresposto le violenze mettendole al centro dell'attenzione, dipingendo il morto quasi come uno di loro. Il lutto è stato umiliato ancora. Se penso alla repressione avvenuta sui manifestanti inermi di Genova nel 2001 e a ciò che hanno fatto quelli a Roma domenica sera con le molotov in pugno c'è sicuro qualcosa che non torna. La dimostrazione che qualcosa di ben più grosso soffia negli stadi d'Italia. Sono capitoli neri come questo, le partite un qualcosa di ormai accessorio, che si aspettano per saldare attività eversive e caotiche in entrambi gli schieramenti. Perchè così come non si da alle fiamme un commissariato per gioco, così non si spara come un tiratore scelto senza nemmeno fornire poi una spiegazione non dico logica - perchè non esiste logica in un tale atto - ma almeno umana seppur erronea, perchè gli esseri umani possono e devono chiedere scusa quando sbagliano e non rimanere in divisa ed impuniti. Spero che ci sia giustizia questa volta, ma ho paura che le vie della legge saranno come sempre benevoli per chi serve lo Stato. Sono tanti i crimini della legge mai puniti; che questa volta ci sia giustizia per l'ennesima morte assurda in una normale domenica di calcio, in questo nostro stato civile. Intanto suo malgrado un'altra aquila, o meglio un aquilotto, vola nel cielo.
Ed io mi sento colpevole di esser così puramente innamorato del gioco del calcio. Un responsabile senza colpa alcuna.
Mimmo Nardozza

foto tratta da thisisnot1966.com


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