E se lo Stato pagasse le mogli al seguito dei parlamentari?

Dopo Tangentopoli, Calciopoli e Vallettopoli irrompe Mignottopoli? La Procura romana ha aperto un fascicolo sul caso della prostituta ricoverata per consumo di cocaina ed alcool mentre era in compagnia dell'onorevole Cosimo Mele. Intanto, mentre la Procura è al lavoro, sono state accettate dal segretario dell'Udc Lorenzo Cesa le dimissioni dal partito dello stesso parlamentare. Certo, dopo i commenti del segretario Udc sul caso del parlamentare "sgamato" a sfrenarsi in bagordi orgiastici al glorioso Hotel Flora di via Veneto grazie al ricovero in ospedale della squillo, non poteva finire diversamente. «Quanto accaduto è incompatibile con i valori che difendiamo» ha detto Cesa. Rispetto degli ideali innanzitutto, quindi. E quando un partito come l'Udc si rifà ad ideali cattolici - si sa - non può essere ammesso che un suo rappresentante trascorra qualche ora in dolce compagnia a pagamento. La fede è fede, gli insegnamenti cattolici sono imprescindibili. Non si può scantonare. Stare a letto con una o due puttane non solo è sconveniente, ma è peccato. Peccato grave, quasi mortale. Tanto più grave del paventato uso di cocaina. Tanto più grave (come appreso dalla stampa) di pur gravi reati comuni di cui lo stesso Cosimo Mele è accusato dalla Magistratura, che non ne hanno però impedito la candidatura prima e l'elezione a parlamentare dopo nelle fila della stessa Udc.
Per Lorenzo Cesa quindi è il fare sesso che va contro la moralità, non l'uscire fuori dal sentiero della legge per fatti gravi. Però i procedimenti giudiziari contro Mele non si sono ancora conclusi, quindi lo stesso non può essere considerato colpevole fino a riprova del contrario con sentenza passato in giudicato. Ma, allora, per la proprietà transitiva e per lo stesso Cesa, il povero parlamentare pugliese poteva sì, andare a puttane, ma solo fino a quando non venisse scoperto. Ecco, probabilmente è questa la sua vera colpa: è stato scoperto. Che sfiga.
Eppure la sua giustificazione nel merito ha aperto un'altra discussione tra i parlamentari: erano sei giorni che stava a Roma da solo, lontano da sua moglie. Un'astinenza che non poteva durare oltre. Un "sacrificio". Uno dei tanti. Quindi si è levato l'accorato, penoso, mendicante e supplichevole grido di altri suoi colleghi onorevoli e senatori: «Dateci la possibilità di portare con noi a Roma le nostre mogli», dove "possibilità" sta per "indennità". Un'implicita e sottile ammissione del fatto che il fenomeno del sesso a pagamento non riguarda un solo, isolato parlamentare. Allora bisogna chiedersi cosa fanno delle loro prebende i parlamentari. Tante spese necessarie (compreso il sesso a pagamento), certo, ma non tali da impedire di vivere per tre o quattro giorni ogni settimana a Roma con la propria moglie… basterebbe utilizzare i soldi che si spendono per le puttane, una semplice partita di giro... o di "giri".
E i parlamentari non coniugati? Come potrebbero rinunciare a tale indennità? Bisognerebbe trovare una scappatoia, magari istituendo una prima indennità di matrimonio (immagino la faccia della futura sposa al momento della dichiarazione: «Cara vuoi sposarmi? Sai, te lo chiedo perché ho bisogno di te per non andare a puttane… e riscuotere un'indennità»). E quelli che invece sono di Roma e dintorni? Bisognerebbe corrispondergli un quantum per evitare che vadano comunque a donne, perché - è noto - ogni tanto la presenza della moglie stanca, diventa asfissiante, c'è bisogno di cambiare. E va bene, in nome della moralità della politica, dell'integerrima apparenza dell'essere "uomo che conta", della sacralità dei rappresentanti del popolo in uno Stato libero e democratico e dell'intoccabilità dei sani principi ispiratori dei partiti cattolici e dei loro appartenenti, che sia concesso anche questo umano beneficio a chi si sacrifica per il bene dello Stato, purchè però alla fine non sia lo Stato stesso ad andare a puttane, da quelle puttane che forse sono le sole a svolgere bene e con coscienza il proprio lavoro.

Angelomauro Calza


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