Tra la corale eleganza dell'Olanda, il nomadismo concettuale della Jugoslavia, il sorriso eterno del Brasile, ho scelto l'Inghilterra per quel pianto di Gascoigne su un cartellino giallo

Il Traktor è astemio. Perdonatelo. E oggi non è con me, deve pranzare in campagna e poi scappare a Potenza. Così sono solo. Per l'inizio. Perché per me i mondiali iniziano oggi. Alle 15. Gioca l'Inghilterra. La passione per i "leoni" risale al 1990, alle "notti magiche" trascorse sgolandosi per gli azzurri. Io preferivo la compagnia di Paul Gascoigne alle urla scomposte di Totò Schillaci. I miei campionati si sono chiusi sulle sue lacrime per l'ammonizione che gli avrebbe impedito di disputare l'eventuale finale. "Alcuni dicono che il football è questione di vita o di morte. Non è vero. È molto di più", disse un manager del Liverpool. In quel pianto ho capito che non si trattava propriamente di una bestemmia.
Sul rettangolo verde, tra i ventidue omini che rincorrono la palla, ogni spettatore ci mette qualcosa di suo. Frustrazione, rivalsa, spirito di appartenenza, orgoglio, rabbia, gioia, furbizia, disoccupazione, razzismo, speranza, stordimento, la macchina che si è rotta, il figlio che piange di notte, la scuola che va male. Avevo capito che non sarei stato un tifoso "normale", per me si preparava una condanna più atroce. Avrei potuto non godere delle vittorie, ma anche sorridere nelle sconfitte, qualche volta. In esilio, sin d'allora. Scelsi l'England. L'orgoglio, la lealtà, l'unità degli inglesi sugli spalti e in campo (nello stadio, insomma: fuori di lì, nemmeno mi stanno simpatici), i canti, gli applausi quando si capisce che si è dato tutto, indipendentemente dal risultato. Avrei potuto scegliere la corale eleganza dell'Olanda, il nomadismo concettuale della Jugoslavia, il sorriso eterno del Brasile. L'Italia, proprio no.
Forse è stato meglio così. Ed è anche giusto che oggi la veda da solo, la partita. Intonando, per una volta, la "God save the queen" versione ufficiale invece della ben più bella e significativa versione dei Sex Pistols. Uno a zero al Paraguay, pochi sussulti. In pratica, finisce al quarto minuto, un autogol su una palla radente di Beckham. Che poi, il problema di Beckham sta nella bellezza. La natura è stata impietosa con lui. Fosse nato brutto, sarebbe stato uno dei piedi destri più precisi del mondo. Invece è solo un ritaglio di rivista da incollare sugli armadi delle ragazzine. Poca gloria, la mano di ErikSonno si vede. Non è inglese (va be' che anche gli inglesi si stanno europeizzando…) e si vede. Si porta dietro l'ingombrante bagaglio italiano. E un campionato vinto con la Lazio proprio con quel 4-5-1 accorto e ristretto che ad un certo punto ripropone. Da certi mali, è vero, non si guarisce.
Il declino di Ibrahimovic è cominciato quando si è osato accostarlo a Van Basten. L'anatroccolo e il cigno. Da allora paga l'affronto con una capacità realizzativa pari a quella del peggior Raducioiu. Svezia - Trinidad Tobago zero a zero.
L'Argentina non brilla ma vince, con discreto merito. La guerra per le Falkland del pallone è aperta.
Li aspettiamo.

Giancarlo Riviezzi


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